sabato 26 settembre 2009

Cody e gli altri cani di nessuno

Ieri sono andata al canile della mia città, per consegnare ai boss i libretti sanitari dei 7 cuccioli venuti da lontano e che proprio da noi hanno trovato una speranza. Anzi, già 5 di loro hanno trovato ben più di una speranza: hanno una famiglia. Sono molto orgogliosa del mio canile: è seguito da volontari VERI, che si danno da fare, che amano i cani, che fanno la differenza e che s'impegnano per ognuno dei pelosi ricoverati. Eppure è un canile, e non è il posto giusto per un cane. Dopo aver consegnato i libretti mi reco subito dai cucciolotti, che sono dei veri e propri tarantolati. Mi saltano addosso e mi riempono di coccole. Stanno bene, non sanno cosa vuol dire passare la vita in canile e io sono già contenta, perchè so perfettamente che a giorni se ne andranno via tutti, verso una vita di coccole e amore. Poi c'è Cody, e per lui è tutto diverso. E' un lupoide con molti tratti da pitt bull, di almeno 5 anni. L'ho cattato meno di un mese fa, insieme a un husky di 7 anni con una gravissima displasia e ad un'altra bastardona buona come il pane, cicciotta e anche lei non più giovane. L'husky e la bastardona hanno proseguito per altri lidi, Cody è venuto con me. E probabilmente resterà dov'è, perchè è un cane estremamente timoroso, buono con tutti, si fa sottomettere anche dalle femmine, ma non è giovane, non è bello, e l'ignoranza può far pensare che il suo timore possa sfociare in aggressività. Beata ignoranza. Mi sono avvicinata alla sua gabbietta che condivide con un'altra povera creatura di nome Giusy, e stavolta Cody mi ha riconosciuto. La prima volta non era uscito dalla sua cuccia: mi scrutava facendo capolino dalla porticina, ma non ha avuto il coraggio di uscire. Ieri invece appena sono entrata mi ha abbracciata con calore. Già da questo capisco che i volontari hanno fatto un lavoro straordinario in questi giorni. Sto lì con lui e Giusy un po', ma sono sola e non posso portare a passeggio Cody se non c'è nessuno che fa lo stesso con Giusy (per evitare che si sviluppino gelosie tra i due). Così dopo un po' esco dalla gabbia, faccio due passi e lo sento guaire, lo sento che mi chiama disperato e quando torno indietro si mette buono e scodinzola, come se il solo vedermi lì fosse per lui fonte di gioia. Entro di nuovo, sto un altro po', ma poi devo uscire. E di nuovo parte la sua disperazione, il suo pianto lacerante, lo vedo che quasi si arrampica sulla rete e vi giuro che in quel momento io mi sento morire. Non mi guardo indietro, perchè non vedrei niente di nuovo: solo sguardi rassegnati o disperati, a volte sguardi ancora speranzosi e raramente sguardi gioiosi da parte dei cuccioli, che non cresceranno lì perchè troveranno presto una famiglia. E' un bel canile il nostro, un canile dove non vengono distribuite solo crocchette e ripari, ma dove i volontari portano a passeggio i cani, dove c'è una zona di sgambamento desinata a tutti i pelosi a turno, dove c'è una zona di rieducazione, dove la veterinaria segue con rigore le condizioni di tutti. I cani sono amati, ma sono tanti, i volontari no. Allora passeggio ancora un po' per il mio canile, e vedo di tutto. Cani sequestrati, cani malati, cani estremamente aggressivi (vorrei sapere cosa gli hanno fatto per ridurli così. Anzi no, non voglio saperlo), cani rassegnati, cuccioli festosi, cani che mi chiamano, cani che scodinzolano...mi soffermo su un dalmata che mi viene incontro fiducioso.
Mi porti via, vero? Sembra chiedermi. E vedo che le zampe dietro sono disastrate, non so se è displasia, ma mi rendo conto che quando questo cane sarà anziano non potrà reggersi e avrà bisogno di un carrellino. Vedo pitt bull dalla dolcezza infinita, labrador che chiedono solo un minuto di gioco, rottwailer scodinzolanti. Anche cani di razza, quindi.
Come sempre il magone sale a chiudere la gola, due lacrime bagnano le guance, e con un senso di angoscia vado a casa. Però la prossima volta vado con Davide. Così lui prende Giusy, e io porto a passeggio Cody. Almeno questo.

giovedì 20 agosto 2009

il perchè dello sciacquone

Iniziai a scrivere il primo romanzo perchè ero ossessionata da un'immagine: vedevo una ragazza seduta accanto all'oblò di un aereo. Un'immagine assolutamente banale, del tutto distaccata dalla mia vita e decisamente non condizionata dalle esperienze di quel periodo. Allora ad un certo punto decisi che se vedevo sempre quella scena un motivo c'era, e così la scrissi. Poi mi chiesi dove andava quella ragazza, perchè ci andava e cosa stava pensando. La chiamai Kate, e da lì nacque il mio primo romanzo. Un romanzo ingenuo, ma che resterà sempre e per sempre il mio preferito. Quando lo finii (dopo numerose stesure) lo impacchettai e lo spedii per case editrici e concorsi. Ma lo feci con lo stato d'animo di chi tira l'acqua dopo aver fatto la pipì: ovvero come un qualcosa di automatico e giusto che non ha bisogno di riflessioni sulle eventuali conseguenze. Voglio dire: noi tiriamo l'acqua perchè è educato, ci è stato insegnato e per una questione igienica. Ma mentre lo facciamo non seguiamo il filo logico delle conseguenze che il tirare o meno l'acqua può comportare. Non ho mai visto nessuno soffermarsi con la catenella in mano e riflettere su quel che stava facendo. Ecco, quando spedii il romanzo non mi soffermai a rifletterci. Poi qualcuno cominciò a farmi qualche domanda sul romanzo e sulle sue sorti, e allora mi sorse un dubbio: e se poi divento la solita scrittrice mancata e frustrata? Ma grazie a Dio, non è così. Non sono frustrata, non m'importa della pubblicazione. Però ci provo lo stesso. Perchè? Perchè la pubblicazione dà soddisfazione? Anche. Perchè può portare soldi? Forse, ma in misura molto minore di quanto possa pensare la gente. Per una questione di prestigio? Fuochino. Non proprio per il prestigio, ma per la possibilità di essere qualcuno. Che brutta frase, eh? Ipocrita ed egoista. Ma non è così. Io voglio contare qualcosa per poter fare maggior propaganda in quel che credo. Io sono abbastanza informata su quanto di terribile succede in Italia e nel mondo a discapito del regno animale. So delle perreras, del canile di Rieti e di Cireale (e non solo), so cosa avviene negli allevamenti intensivi, so cosa succede nei laboratori della Friskies (e non solo)...sì so molte cose che altri ignorano e che sono ben felici di ignorare. E ne informo parenti e amici conoscenti e tutti coloro che incrocio nella mia vita. Ma non mi basta. Io voglio che lo sappia tutto il mondo, voglio far vergognare coloro che sanno e se ne fregano e voglio che chi ignora si scandalizzi. Voglio boicottare l'impero imprenditoriale dello sfruttamento e maltrattamento animale ma non posso farlo da sola. E anche se siamo in migliaia, siamo ancora pochi. Dobbiamo essere in milioni. E siamo onesti: se fossi davvero qualcuno, avrei molti più mezzi. Non sarebbe comunque sufficiente, ma aiuterebbe un po'. Quindi il motivo per cui non sono frustrata nonostante la mancata pubblicazione sta nel fatto che scrivo in primis per rispondere ad un bisogno primario al limite del fisiologico (come fare la pipì, appunto), e poi perchè faccio comunque del mio meglio per realizzare quello che la popolarità renderebbe solo un tantino più fattibile.
Ho da poco finito la prima stesura di un altro romanzo. Ci proverò di nuovo, anche se con modalità diverse. E quando giungeranno di nuovo silenzi o rifiuti, continuerò a non essere frustrata. Anzi, nel frattempo avrò già iniziato (o forse finito) il terzo romanzo che mi perseguita il cervello. Forse avrò anche salvato altri cani e gatti e conigli e polli e chissà quale altra creatura. E non c'è pubblicazione che tenga, di fronte all'eterna consapevolezza di aver dato gioia a chi non aveva più speranza.

lunedì 10 agosto 2009

Quelle maledette bastarde delle Parche

hanno scelto il tuo filo, e l'hanno tagliato. Un taglio netto, deciso, nessuna remora, nessuna incertezza. Così a 21 anni la leucemia ha obbedito alle sue padrone e ti ha spento per sempre in soli 6 giorni. Giusto il tempo di fare la diagnosi e rendersi conto che non c'era più nemmeno il tempo di prepararsi, di abituarsi, di avvisare. Solo il tempo di pregare, o di sbraitare contro un Dio incomprensibile.
Ci siamo salutati due estati fa, e abbiamo riso e scherzato sui reciproci matrimoni, sulle carriere, sui pic nic che avremmo fatto quando io e Davide saremmo tornati di nuovo in Puglia. Perchè torniamo spesso a trovarvi. E adesso sono incazzata perchè quest'estate non siamo venuti, non ci siamo visti e quindi non ci siamo salutati. E lasci Agnese. Perchè poi tutti noi sappiamo che la morte è un problema solo per i vivi. Tu, Donato, di problemi non ne hai più. Ma la tua fidanzata?
Sì, so cosa stai pensando. E lo sto pensando anch'io: potrebbe succedere a chiunque. Se accadesse a Davide, penso che morirei. Nell'animo di certo, nel corpo forse. Se accadesse a me, Davide sarebbe ugualmente disintegrato. Come difendersi da una cosa del genere? Eh, lo so: vivi ogni giorno come fosse l'ultimo. Mi sembra di sentirti mentre lo dici. Ma è una cazzata e tu lo sai. Non ci si difende da una cosa del genere. E così, ora, sono ancora fiduciosa che esista un Dio, e voglio anche avere la presunzione di pensare che sia addirittura un Dio giusto e buono, e provo con tutte le mie forze a convincermi che esista un motivo troppo profondo che io non posso comprendere per la tua morte. Ma sai bene anche tu che se le Parche avessero tagliato il filo di Davide io non vedrei nulla di divino, o di buono e nemmeno di misterioso. Vedrei solo un'immensa distesa di merda. Una distesa che tutti chiamano vita. Per ora riesco ancora a vedere una distesa di opportunità. Nel mio profondo egoismo mi auguro che le Parche stiano lontane dai fili delle persone che amo ancora per molto tempo. Si sono già portate via le colonne portanti della mia infanzia disturbata, causando un crollo terribile che mi avrebbe portata a soffocare in quella distesa di merda che poi è diventata una distesa di opportunità, se non fosse giunto Davide a tirarmi fuori. Per un po' vorrei essere lasciata in pace. Vorrei almeno l'illusione della tregua. Ma in fondo, non c'è nè pace nè tregua, finchè si è vivi. Basta la tua morte veloce e dolorosa a ricordarmi che la vita è un prestito non per chi la vive, ma per chi ci sta accanto. E i prestiti si sa, vanno restituiti. Con gli interessi.